Con la sua compagna, non-udente, si esprime nella lingua dei segni tedesca (DGS).
Quali regioni cerebrali entrano in gioco nel linguaggio mimico-gestuale?
È a questa domanda che si dedica Ursula Bellugi, neuroscieziata che lavora nel Laboratorio neuroscienze cognitive del Salk lnstitut for BiologicalResearch di San Diego, California.
Negli anni ottanta iniziò a esplorare i territorri ignoti della neurobiologia applicata al linguaggio mimico-gestuale.
Nei soggetti che adoperano la, mano destra e nella maggior parte dei mancini vi sono specifiche aree cerebrali preposte al linguaggio orale.
Della comprensione linguistica si occupa principalmente l'area di Wernicke, della creazione di parole e frasi l'area di Broca.
Se quest'area viene danneggiata, il paziente può capire il linguaggio ma non è più in grado di parlare fluentemente.
Se è lesa l'area di Wernicke avviene esattamente ilcontrario.
La Bellugi ha studiato alcuni non udenti con lesioni nelle aree cerebrali più disparate.
Alcuni soffrivano di sintomi manifesti comparabili a quelli di un'afasia di Wernicke.
Utilizzavano il linguaggio mimico-gestuale in manieracorretta e fluente, capivano ciò che gli altri dicevano ma solo in modo incompleto.
Ed effettivamente il loro centro di Wernicke era danneggiato.
Altri pazienti, invece, mostravano i segni di chi soffre di afasia di Broca.
Avevano difficoltà nel creare le forme giuste con le mani e nel disporle correttamente.
In un certo senso balbettavano con le mani.
Erano ancora in grado, tuttavia, di disegnare e controllare altri esercjzi motori di precisione era venuta meno solo la capacità motoria legata al linguaggio.
Anche in questo caso si scoprì che la causa era un difetto nel centro di Broca.
La sorpresa fu grande.
Anche se il linguaggio mimico-gestuale uttlizza, inrealtà, canali sensoriali completamente diversi da quelli della lingua orale, la sua elaborazione avviene nelle stesse aree cerebrali.
A quanto pare, al linguaggio sono preposte determinate aree cerebrali, e il cervello non si adatta al canale sensoriale attraverso il quale il relativo linguaggio trova espressione.
Per molti ricercatori ciò indica che la funzione del linguaggio è innata.
L'essere umano verrebbe quindi al mondo con un centro preposto al linguaggio e solo in seguito imparerebbe una o più lingue.
Che si tratti poi del linguaggio dei segni o di una qualsiasi lingua parlata, per il cervello, in fin dei conti, fa lo stesso.
Nuove osservazioni condotte sui bambini non udenti del Nicaragua avallano questa tesi.
l bambini non avevano mai appreso un linguaggio mimico-gestuale e ne avevano improvvisamente creato uno tutto loro.
A poco a poco avevano sviluppato con l'uso, strutture grammaticali astratte: proprio come quelle di una lingua orale.
Bellugi e i suoi colleghi, inoltre, hanno condotto ricerche su pazienti non udenti il cui emisfero cerebrale danneggiato era il destro, non il sinistro.
Questo emisfero cerebrale è fondamentalmente prepostoall'elaborazione di informazioni relative allo spazio.
Non dovrebbe quindi avere un ruolo importante nell'elaborazione del linguaggio mimico-gestuale?
Anche in questo caso è arrivata una sorpresa; i pazienti con l'emisfero cerebrale destro danneggiato non presentavano alcun problema linguistico ne quando erano loro stessi a utilizzare il linguaggio mimicogestualene quando si trattava di comprendere gesti altrui.
E questo valeva addirittura per alcuni pazienti le cui facoltà residue legate alla gestione dello spazio erano seriamente compromesse e che quindi avevano grossi problemi a disegnare una casa o un elefante copiando un modello.
Ma erano in grado di controllare come in passato le caratteristiche più complicate del linguaggio mimicogestuale, che utilizza appunto lo spazio.
Evidentemente, di norma il cervello di chi usa la lingua dei segni non ricorre alle competenze legate alla gestione dello spazio più di quanto non faccia ilcervello di chi utilizza il linguaggio orale.
Nel frattempo nuove ricerche completano il lavoro pionieristico di Ursula Bellugi.
Ma ci sono anche risultati che lo contraddicono.
Lei stessa era pienamente consapevole dei limiti del suo metodo di ricerca. Gli studi sulle lesioni mostrano soltantoquale disturbo è collegato a quale area cerebrale danneggiata, e questo anche solo in singoli pazienti.
Le ricerche però hon dicono se anche un'altra areaintatta è interessata all'elaborazione linguistica o se i risultati sono validi anche per altre persone coinvolte nell'esperimento.
Solamente con l'ausilio della tomografia a risonanza magnetica funzionale (fMRT), negli anni novanta, gli scienziati hanno potuto cominciare a osservare,per cosi dire, all'opera i cervelli di soggetti che utilizzavano il linguaggio mimico-gestuale.
Con questa tecnica Helen Neville e Aaron Newman, entrambi dell'Università dell'Oregon, e David Corina, dell'Università di Washington a Seattle, hanno cercatodi chiarire la questione relativa al coinvolgimento dell'emisfero destro della corteccia cerebrale nell'elaborazione del linguaggio mimico-gestuale.
Hanno messo a confronto le attività cerebrali di tregruppi di persone:
- non-udenti dalla nascita cresciuti con la lingua dei segni americana (ASL);
- udenti che non conoscevano il linguaggio mimico-gestuale e sono cresciuti con la lingua inglese parlata;
- udenti che quando erano bambini sono stati educati da non-udenti bilingui, con conoscenza dell'inglese e dell'ASL.
II risultato: nei non udenti l'emisfero cerebrale destro era al lavoro durante entrambi i compiti, mentre negli udenti generalmente no.
Diversamente da quanto aveva supposto Ursula Bellugi, quindi sembra che il lato destro sia chiaramente coinvolto.
L'attività dell'emisfero cerebrale destro è di per sè una caratteristica del linguaggio mimico-gestuale e non una sorta di effetto collaterale della sorditià.
Questo è quanto dimostrano i risultati del terzo gruppo bilingue.
Anche le persone udenti con padronanza sia dell'inglese che dell'ASL esibivano un'attività importante nell'emisfero destro.
Resta da scoprire, per i ricercatori che si occupano del cervello, a che cosa contribuisca esattamente l'attività dell'emisfero destro nel linguaggio mimico-gestuale.
La Sign Language nel cervello
Uno dei grandi misteri del cervello umano consiste nelle modalità con cui esso comprende e produce il linguaggio. Fino a poco tempo fa, gran parte delle ricerche su questo argomento si basava sullo studio delle lingue parlate. A partire dalla metà del XIX secolo, sono stati fatti grandi progressi nell’identificazione delle regioni del cervello implicate nel linguaggio vocale. Nel 1861 il neurologo francese Paul Broca scoprì che pazienti in grado di comprendere il linguaggio parlato ma che avevano difficoltà a produrlo presentavano spesso danni circoscritti a una regione dell’emisfero sinistro poi denominata, appunto, "area di Broca". Nel 1874, il medico tedesco Carl Wernicke constatò che pazienti in grado di parlare speditamente ma con gravi problemi di comprensione erano sovente portatori di lesioni in un’altra regione dell’emisfero sinistro, oggi nota come "area di Wernicke". Danni analoghi localizzati nell’emisfero destro danno luogo solo molto raramente a queste compromissioni del linguaggio, denominate afasie. Le lesioni dell’emisfero destro sono più spesso associate a gravi deficit visivo-spaziali: problemi quali, per esempio, l’incapacità di copiare un semplice disegno lineare. Per queste ragioni, l’emisfero sinistro viene spesso etichettato come emisfero "del linguaggio"; quello destro è l’emisfero "spaziale". Sebbene tale dicotomia sia semplicistica, coglie comunque le principali differenze cliniche fra individui con lesioni che interessano rispettivamente l’emisfero sinistro e il destro. Restano, tuttavia, molti punti poco chiari. Un nodo da sciogliere è perché il linguaggio sia localizzato in queste aree. La posizione delle aree di Wernicke e di Broca sembra avere una logica: la prima, interessata alla comprensione, è situata nei pressi della corteccia uditiva, ossia della regione del cervello che riceve segnali dall’orecchio. L’area di Broca, invece, interessata alla produzione del linguaggio parlato, è vicina a quella regione della corteccia motrice che controlla i muscoli della bocca e delle labbra. Ma l’organizzazione del cervello per l’elaborazione del linguaggio si basa davvero sulle funzioni dell’udito e della produzione vocale? Per rispondere occorre studiare un linguaggio che si avvalga di canali sensoriali e motori diversi. La lettura e la scrittura si servono della vista per la comprensione e dei movimenti delle mani per l’espressione; per molti, tuttavia, tali attività dipendono anche dai sistemi cerebrali implicati nella comprensione di un linguaggio vocale. Le lingue dei segni usate dai non udenti, invece, rispondono perfettamente ai requisiti. Negli ultimi 20 anni, abbiamo esaminato gruppi di non udenti che si esprimono in lingua dei segni e che hanno subìto danni all’emisfero destro o sinistro del cervello. Valutando le loro capacità di comprensione e produzione di segni, ci siamo proposti di determinare se le regioni del cervello che interpretano e generano il linguaggio dei segni siano le stesse implicate nei linguaggi vocali. I risultati di questi studi hanno chiarito alcuni meccanismi utili alla cura di patologie di pazienti non udenti. Questi risultati potranno essere utili nel trattamento dei pazienti. Una sfida importante per la ricerca sarà di determinare dove si esauriscano gli stadi di elaborazione periferica e dove comincino quelli centrali, oltre a comprendere la natura delle elaborazioni eseguite ai vari livelli del processo linguistico. Somiglianze e differenze fra i linguaggi vocale e dei segni sono ideali per fornirci una risposta a queste domande.
Uno dei grandi misteri del cervello umano consiste nelle modalità con cui esso comprende e produce il linguaggio. Fino a poco tempo fa, gran parte delle ricerche su questo argomento si basava sullo studio delle lingue parlate. A partire dalla metà del XIX secolo, sono stati fatti grandi progressi nell’identificazione delle regioni del cervello implicate nel linguaggio vocale. Nel 1861 il neurologo francese Paul Broca scoprì che pazienti in grado di comprendere il linguaggio parlato ma che avevano difficoltà a produrlo presentavano spesso danni circoscritti a una regione dell’emisfero sinistro poi denominata, appunto, "area di Broca". Nel 1874, il medico tedesco Carl Wernicke constatò che pazienti in grado di parlare speditamente ma con gravi problemi di comprensione erano sovente portatori di lesioni in un’altra regione dell’emisfero sinistro, oggi nota come "area di Wernicke". Danni analoghi localizzati nell’emisfero destro danno luogo solo molto raramente a queste compromissioni del linguaggio, denominate afasie. Le lesioni dell’emisfero destro sono più spesso associate a gravi deficit visivo-spaziali: problemi quali, per esempio, l’incapacità di copiare un semplice disegno lineare. Per queste ragioni, l’emisfero sinistro viene spesso etichettato come emisfero "del linguaggio"; quello destro è l’emisfero "spaziale". Sebbene tale dicotomia sia semplicistica, coglie comunque le principali differenze cliniche fra individui con lesioni che interessano rispettivamente l’emisfero sinistro e il destro. Restano, tuttavia, molti punti poco chiari. Un nodo da sciogliere è perché il linguaggio sia localizzato in queste aree. La posizione delle aree di Wernicke e di Broca sembra avere una logica: la prima, interessata alla comprensione, è situata nei pressi della corteccia uditiva, ossia della regione del cervello che riceve segnali dall’orecchio. L’area di Broca, invece, interessata alla produzione del linguaggio parlato, è vicina a quella regione della corteccia motrice che controlla i muscoli della bocca e delle labbra. Ma l’organizzazione del cervello per l’elaborazione del linguaggio si basa davvero sulle funzioni dell’udito e della produzione vocale? Per rispondere occorre studiare un linguaggio che si avvalga di canali sensoriali e motori diversi. La lettura e la scrittura si servono della vista per la comprensione e dei movimenti delle mani per l’espressione; per molti, tuttavia, tali attività dipendono anche dai sistemi cerebrali implicati nella comprensione di un linguaggio vocale. Le lingue dei segni usate dai non udenti, invece, rispondono perfettamente ai requisiti. Negli ultimi 20 anni, abbiamo esaminato gruppi di non udenti che si esprimono in lingua dei segni e che hanno subìto danni all’emisfero destro o sinistro del cervello. Valutando le loro capacità di comprensione e produzione di segni, ci siamo proposti di determinare se le regioni del cervello che interpretano e generano il linguaggio dei segni siano le stesse implicate nei linguaggi vocali. I risultati di questi studi hanno chiarito alcuni meccanismi utili alla cura di patologie di pazienti non udenti. Questi risultati potranno essere utili nel trattamento dei pazienti. Una sfida importante per la ricerca sarà di determinare dove si esauriscano gli stadi di elaborazione periferica e dove comincino quelli centrali, oltre a comprendere la natura delle elaborazioni eseguite ai vari livelli del processo linguistico. Somiglianze e differenze fra i linguaggi vocale e dei segni sono ideali per fornirci una risposta a queste domande.
- Gregory Hickok, Ursula Bellugi, Edward S. Klima
fonte Le Scienze
fonte Le Scienze
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